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Nome: Jun
Giugno, Sagnellona, Mamma Jun, Midori, così mi hanno chiamato, così mi chiamo da sola, già è possibile farsi un'idea. Se hai letto Baricco sai chi è Jun, se hai letto Murakami sai chi è Midori, per tutti gli altri nomi non ci sono bibliografie e l'unica via è leggere qui. Have fun.
Questa, e mi pare evidente, non è una testata giornalistica, viene aggiornata quando me lo dice la testa e ci trovi dentro un sacco di cazzate, fatti miei, autocommiserazione, saccenza, malriusciti tentativi di umorismo e autoironia, resoconti assurdi e perfettamente inutili della mia attività onirica.
Se i blog ombelicali non ti interessano, ciao.
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Reduce dall’ultimo weekend nella casa che ha visto nascere tutto, sbarco in roma termini come al solito di notte con in mano un sacchetto con dentro una vecchia radio scippata al mercatino che nonostante la veneranda età si sente una bomba, e insieme alla radio tante polaroid cerebrali della casa di cui mia sorella volle l’indirizzo per chiamare eventualmente la polizia quel lontano 3 agosto in cui partii per entrarci per la prima volta. In queste settimane la casa verrà lasciata per cause di forza maggiore e noi non la si vedrà mai più, e anche se questo weekend me la sono vissuta senza riscaldamento, lavandomi in fretta e furia a zampettate come i gatti, mi mancherà lo stesso.
Sono molto innamorata. Ancora e nonostante le cose che tardano a girare. Lo fisso mentre guarda il film perché so che si imbarazza quando lo si guarda troppo e mi dice guarda che il film è da quella parte e allora inizio a rompergli il cazzo infilandogli le dita nel naso e nelle orecchie e negli occhi o dandogli una leccata a tradimento sulla guancia e lui strizza gli occhi e sbuffa, e niente. Così.
Questa settimana vedrà anche me effettuare due piccoli traslochi, uno di stanza in casa mia, uno di stanza in ufficio, e tutti questi spostamenti tutti insieme mi destabilizzano il cervello.
Ho sognato una persona impiccata, e la sera stessa ho ritrovato più volte lo stesso topos in Parnassus, rassegna di fighi di dio e psichedelia laddove però la cosa più bella che ho scorto è stata la signorina Lily Cole e la sua rossa perfezione et rotondità.
Sugli schermi di Termini vanno in onda in loop i soliti spot ma stavolta la cosa non dico buffa perché non fa ridere ma perlomeno degna di nota è che dopo il video che inneggia alle forze armate ricordando che il 4 è la loro festa, mostrando gente che ringrazia i suoi militari in trionfo per le vie della città, c’è un video di sensibilizzazione sociale contro gli armamenti, insomma, stazionetermini, prendi una posizione.
Mi giunge dall’etere il terzo romanzo da tradurre e come al solito gioisco, salvo poi trovarmi presumibilmente a marzo, a una settimana dalla scadenza indietro commacchè a bestemmiare sull’irresponsabilità che mi accompagna sin dalle elementari. Quel che mi ha sempre fregato è che quest’irresponsabilità non mi ha mai impedito di ottenere ottimi risultati, salvo rovinarmi la salute per l’ansia dell’ultimo momento.
Sono stata a vedere i Kings of convenience in poltronissima grazie ai colleghi che mi hanno fatto il regalo di compleanno in ritardo di due mesi e sapendo che volevo andarci mi hanno preceduto nell’acquisto. È stato bellissimo. La dolcezza di tutte quelle corde, le chitarre, il violino, il contrabbasso, il piano, mi ha cullato per ore facendomi dondolare sulla sedia immaginando praticelli verdi e margherite e pioggerelle primaverili. Erlend, roscio occhialuto nerdone del mio cuore, ci ha chiamato tutti sotto palco e noi ci siamo goduti il finale da sotto i suoi piedi.
Quella stessa sera ho visto una stella cadente, e la cosa figa è che l’ho vista a San Lorenzo. Il quartiere.
Sono in montagna, una montagna brulla, ghiaiosa, rocciosa, zero vegetazione. Sono con due persone esperte di trekking, le seguo. Loro vanno spediti, io vado cauta a ogni passo, con la paura di scivolare e precipitare. Arriviamo a una discesa ripida che finisce su un ponticello, da farsi con una corsettina in scivolata. Loro vanno avanti, io mi fermo, non la voglio fare, ho paura. Allora decido di tornare indietro e vaffanculo, ma la strada che ho già percorso, a ritroso, di colpo è diventata più difficile di come me la ricordavo, piena di strapiombi e tratti rischiosi. Sono bloccata, non posso andare né avanti né indietro, e non c’è nessuno ad aiutarmi. Mi sveglio con l’ansia.
Mi sveglio ed è domenica e sono in casa madre. C’è un gran sole e io esco in pigiama di pile con la macchinetta al collo a immortalare cani, gatti, pozzanghere, ulivi e palette autunnali. A pranzo c’è lasagna e pollo arrosto. È tutto perfetto.
Eppure.
Se non scrivo da un mese forse è soltanto perché non ho nulla di particolare da immortalare, o perché ho surgelato i pensieri, quelli ricorrenti e momentaneamente irrisolvibili, e li tengo lì, a bada, in attesa di tempi migliori. Mi si sono surgelate quindi anche le parole.
Facebook si è messo a dare suggerimenti: Pinco Pallo: riprendi i contatti con lui. Caro FB, fatti i cazzi tuoi. Ma forse che se i contatti si sono allentati non ci sarà una bella forchettata di motivi?
Sono andata dal mio dottore oggi a fare un pacchetto di ricette per me e famiglia. Gli ho parlato del fatto che forse dovrò cercarmi finalmente un medico a Roma, perché se finora non ho avuto bisogno di certificati per il lavoro, potrei presto averne bisogno. Lui ne ha convenuto, e mi ha detto che però posso andare da lui quando voglio. Ha i capelli bianchi ed era un po’ influenzato. È il mio dottore da quando sono nata, e ora lo sovrasto di una ventina di centimetri. Ha supervisionato le mie centinaia di bronchiti, le mie malattie infantili, la palletta che porto a spasso nel collo, tutto. È sempre contento quando mi vede e mi parla tutto entusiasta delle serate culturali e musicali che organizza in un teatrino di sua proprietà. Lasciarlo e cercarne uno nuovo è materialmente una piccola cosa, psicologicamente per me equivale al taglio di un cordone, e sarà la PMS ma oggi mi fa quasi piangere.
Jun per il sociale, adesso vi do tre informazioni che avrei tanto voluto sapere ma che non mi hanno mai detto o sono venuta a sapere tardi:
Sei donna, vivi a roma e ti capita di prendere il taxi di notte da sola? Grazie a una delibera comunale hai diritto a uno sconto del dieci per cento, ma se non lo chiedi il tassista non te lo dirà mai, visto che la furbissima delibera ha messo lo sconto a carico del tassista. Se non lo sapevi, adesso lo sai (io l’ho saputo dalle Iene).
Hai un contratto a progetto? Vai all’INPS e portati copia del contratto e dì che vuoi fare la gestione separata dei contributi, compila un modulo e sei a posto. Questo farà sì che i contributi versati non andranno per sempre dispersi nella ionosfera con una pacca sulla spalla per aver fatto il tuo dovere di contribuente, ma verranno collegati al tuo nome: in breve, andranno *davvero* a costituire la tua pensione (sempre che ci arriveremo), cosa che, senza questa breve e semplice procedura, non faranno. Non fatemi domande, ci ho capito poco, però informatevi che non fa mai male.
Un’altra cosa che avrei preferito sapere un anno fa ma che nessuno mi ha detto è che se cambi lavoro, e di conseguenza nello stesso anno hai due CUD da presentare, e quando cominci il secondo lavoro non chiedi di fare il conguaglio dell’irpef, è possibile che al momento della dichiarazione dei redditi tu riceva un cazzotto sulla nuca fortissimo dallo stato che ti lascerà tramortito facendoti pagare un migliaio di euro in cinque comode rate. Storia vera.
Qualcuno mi ha chiesto cosa voglio fare da grande e io ho pensato Ehi, io sto già facendo quello che voglio fare da grande.
Oggi l’oculista mi ha infilato un ago in un occhio e, ve lo giuro, non fa male. Mentre mi punzecchiava di cortisone mi ha dato ventun anni. Forse è quello che ha avuto un effetto anestetico.
Ho la mania di chiudere le cose. Trovo un’anta aperta, la chiudo. Prima mi irrito da morire, mi faccio tutto un discorso in testa - ma solo in testa perché sono consapevole della follia - in cui mi dico Che cazzo, potevo sbatterci la testa, e se ci sbattevo la testa? Vedi, questi sono cardini, sono fatti apposta per aprire e poi chiudere, chiudere, capito? Che già in questa casa non ci si sta perché è piccola e tenere aperta un’anta è un lusso! Il tutto nella mia testa. Poi la chiudo. Chiudo il coperchio del bidone della spazzatura, chiudo il computer, chiudo le cerniere della borsa, chiudo il telefono. Le finestre no, quelle le apro, ché mi manca l’aria. Ma la cosa che più mi fa incazzare è che chiudo le finestre al computer. Le chiudo, compulsivamente, anche se le devo riaprire quattro secondi dopo, e infatti le riapro e mi dico Ehi, stavolta non la chiudere, che tra un po’ ci dovrai rientrare, e invece esce un omino dal mio io psicotico e la chiude senza che io me ne accorga e quando devo di nuovo andare in quella cartella e la cerco sulla barra, non c’è, perché l’ho chiusa.
Sono su Adobe Premiere da una settimana, e quando esco dall’ufficio, in sovraimpressione alla strada, al tram, alle persone, vedo finestre, anteprime, avi, mpeg, mp3, tracce audio, effetti, transizioni, dissolvi al nero, blur in, blur out, menu. Come quando sono andata sotto col Tetris e ci giocavo con le barrette davanti agli occhi ovunque andassi, o quando con word challenge continuavo ad anagrammare l’universo mondo.
Voglio un caleidoscopio, e una lomo.
Mi piace il silenzio. O la musica o il silenzio. Io parlo piano, quasi sempre. Il cellulare è sempre sulla vibrazione. All’università i professori mi sgridavano perché non mi sentivano. Quindi mi incazzo tantissimo quando il mondo vuole farmi partecipe delle sue conversazioni e delle sue suonerie, quando il cellulare di qualcuno sul tram suona, fortissimo, e il tenutario prima non lo sente, poi lo sente e rovista dieci minuti nella borsa, poi guarda il display per altri cinque minuti, ebete, forse indeciso se rispondere o meno, e poi se la madonna lo vuole, risponde. Io nel frattempo, che in cuffia ho La Pina e Diego e sto tornando a casa stanca e irritabile e vorrei una santa pace di dio condita dalle scemenze di quei due in radio, non riesco a sentire un quarto d’ora di programma, sovrastato dalla suoneria e dalle conversazioni dei mentecatti.
Sto come uno yogurt scaduto. Ho sonno. Quello del piano di sopra si alza alle sei e mezza e si mette le scarpe alla Berlusca, col tacco, e galoppa in lungo e in largo per il suo appartamento, inducendomi sogni ippici e infine svegliandomi, incazzata come un furetto. E stamattina, oh sì, sono salita. Indecisa su quale fosse l’appartamento, ho aspettato in corridoio, in tenuta notturna, con le pantofole di Homer e la maglietta con scritto I love porn. L’ho aspettato che sembravo il teenager del Columbine, solo disarmata. Quando è uscito gli ho detto che ha rotto il cazzo, ma con gentilezza, lui ha detto che ci farà più attenzione, e me ne sono tornata giù.
Ho iniziato a bestemmiare a mente. Mai bestemmiato in vita mia ma adesso ho cominciato a pensarle.
Stasera mi faccio curare da Tori Amos, e sabato dai Lamb.
Forse la ricerca della casa è sospesa. Forse è proprio annullata. Non lo so, è un casino, la settimana prossima faccio gli appuntamenti già fissati ma poi boh, forse resto, cambio stanza nella stessa casa, forse vado, prima, dopo, mai. Gli affitti di Roma sono CRI-MI-NA-LI e i tuguri che la gente ha il coraggio di affittare sono un invito al suicidio, dei ricettacoli di bruttezza. Sono in Abruzzo, stasera torno a Roma, e quando sono qui sogno tantissimo, molto di più di quando sono a Roma. Ho sognato che avevo un appartamento in un condominio piuttosto danaroso, facevo le scale per uscire e c’erano luci morbide, scale di marmo, ampie, colori rassicuranti. Non mi importa dei soldi in linea di massima, ma è triste che molta della bellezza e del senso di sicurezza del mondo, di spazio vitale, case, posti dove vivere, vada comprata, e a carissimo prezzo. Ho sognato il video finto country di Lily Allen e quando mi sono alzata era lì alla tv, in cucina. Ho degli occhiali nuovi dopo anni e anni, non molto dissimili dai vecchi, e mi fa stranissimo come se mi fossi rifatta una parte della faccia. Ho portato a spasso con amica il venezuelano del mio cuore, amico decennale e lontano, e suo marito, da Ottawa a Roma per la prima volta. Li abbiamo portati in fraschetta, a spasso, parlando inglese tutto il tempo, bevendo montepulciano, mangiando porchetta, ed è stato bello, rinfrescante, allegro. È stato come averlo visto il giorno prima, e non dieci anni prima in un altro continente. Prima di vederci per andare a Frascati gli ho scritto di portarsi un giacchetto per la sera. Lui mi ha scritto Ok, ma ricordati che veniamo da Ottawa. Ehm.
Ho fatto colazione con le patate e salsicce al forno avanzate ieri sera. A letto, col piatto, mentre leggevo Animals di settembre dopo essere stata svegliata dalla nuova parrucchiera qui sotto al palazzo di fronte che crede di aver aperto un suk e non un salone. Ho rivisto Bridget Jones perché me lo sono trovata tra le mani e mi sono fatta due conti: ho trent’anni, lavoro nell’editoria in una capitale europea, fumo, perderei volentieri una decina di chili ma non ho intenzione di fare niente di che perché ciò avvenga, non sono sposata, non vivo con i miei. Sono io. Sono Bridget Jones, cazzo. Poi vabe’ ho cominciato a enumerarmi le differenze che sono altrettante (quasi non bevo, ho un fidanzato, faccio raramente figure di merda, se dimagrisco non divento Renée Zellweger magra, il mio lavoro mi piace, etc.).
Tornare a Roma dopo l’estate è stato un processo doloroso che torna a galla quando guardo foto degli amici che continuano a uscire e io non ci sono. Io sono a casa a guardare Lie to me, o a letto a leggere alle dieci e a brontolare tra me e me se qualcuno fa conversazione nei balconi di fronte a voce troppo alta alla folle ora delle dieci di sera.
Lie To Me è bellissimo. E Tim Roth sgamerebbe subito i miei sorrisi in base al fatto che non mi ridono gli occhi. Almeno il più delle volte. Non esageriamo, non voglio diagnosticarmi una depressione, solo che, vabbe’, lo sapete, lo scrivo da mesi. Niente. Così.
Mi sforzo di fare tutto. Mi sforzo di lavarmi, vestirmi decentemente, aggiungere una collana, cambiare borsa secondo il colore, fare la spesa, rifarmi lo smalto quando è troppo sbreccato, fare battute. Mi sforzo.
Devo cambiare casa perché, anche se piuttosto che fare un trasloco ora come ora mi farei cavare un dente, voglio e devo pagare meno, quindi questo è un annuncio: cercasi casa in affitto per due ragazze lavoratrici e serie (ah ah), preferibilmente a San Lorenzo. L’altra ragazza non la dico, mi autorizza solo a dire che è bellissima*. Mi dispiacerà lasciare questa casa e non leggere tutte le sere sulla via del ritorno “la tr*ia di tua madre fa le marmellate col cu*o” su un muro. È sempre stato per me fonte di buonumore.
Ho un progetto in ballo per cui mi devo sbrigare, lo scrivo qui come auto-pungolo nelle reni.
Mi sono giunte le tre copie di spettanza del terzo librino che porta il mio nome dentro, questa volta in compagnia di altre traduttrici, un libro di racconti e uno di quelli l’ho tradotto io, ed è sempre bello aprire un libro e leggerci dentro il mio nome.
Quest’estate ho letto come una dannata e ora che dovrei ridurre per ovvie ragioni di tempo, soffro molto.
Mi sto sforzando anche di scrivere questo post, è evidente. Qualcuno mi prenda a calci in culo. O mi faccia una bella sorpresa.
*update: l'amica bellissima per cause di forza maggiore deve tirarsi indietro e questo rende tutto meno divertente e gioioso riducendolo a una mera questione di risparmio e sopravvivenza :( quindi sono in cerca da sola. Ho alcune idee e ho sparso la voce, ma comunque non vorrei allontanarmi troppo da due punti: la stazione tiburtina e il lavoro (parioli). Una singola al di sotto dei 500 con contratto che mi liberi dal male permettendomi di scaricare l'affitto. Grazie.
Ho capito cos'è: non c'è niente che vada clamorosamente storto, se classifichiamo l'attesa di alcuni eventi come un semplice limbo temporaneo. Il punto è che malgrado la generale serenità, è troppo tempo che non mi succede qualcosa che mi rende davvero felice, nel senso della gioia, dello stupore, della sorpresa, del sorriso che si apre da solo.

E a quest'ora, due anni fa, mettevo piede per la prima volta in Stazione Centrale. E i Radiohead. E la Scozia. E le colazioni. E i dolci. E le foto e i post. E Costruire di Fabi. E i litigi. E i sogni raccontati. E i pipponi. E i pancake. E i fiorellini con le fragole. E il cane. E i disegni. E il sogno di un'amica che ti sogna con me, prima che ci conoscessimo. E conoscere i tuoi nonni. E i treni, i treni, i treni. Il telefono. Le sigarette. E dai, aspetta. E dai, andiamo, andiamo, andiamo.
Andiamo.
Dove mi porti?

Non è cambiato niente, sono ancora triste, quindi che aggiornamento è? Mi chiedo ancora se è solo languore estivo o tristezza vera. Lì per lì se mi parli o se mi incontri non si vede. Dico cazzate, rido, anche. Faccio gente e vedo cose. Sono gentile, e zen come d’abitudine. E però.
Ho passato un lunghissimo weekend di ospitata di consanguinea, la quale fresca e riposata ha voluto naturalmente uscire tutte le sere comprese quelle al termine di giornate per me lavorative, ragion per cui io oggi ho dormito tipo fino all’una e mezza. Nel corso dell’ospitata siamo andate a friggere sugli spalti di Roma09 sotto quarantadue gradi di freschezza, mentre dall’altra parte Totti guardava le gare dall’ombra, abbiamo mangiato indiano a Trastevere, fritture a Ostia dopo il galà dei tuffi, piadine fuori dall’Auditorium in attesa di Antony and the Johnsons, meraviglioso per carità, una pelle d’oca alta così e una tenerezza che volevo abbracciarlo e rimboccargli le coperte la sera, ma a quel prezzo poteva degnarsi di deliziarci per più di un’ora e mezza. Guardo The Wire, rimugino sull’oroscopo di Brezny, mi faccio venti chili di popcorn, penso a cosa mi metto per il mio compleanno, sudo al pensiero della valigia per venerdì, quella valigia terribile su cui c’è scritto Tutto quello che dimenticherai di metterci scordatelo per tre settimane. Ironicamente, leggo Oh, che splendore la mia vita. Poi sistemo traduzioni, scrivo, mi abbrutisco nell’operazione prepartenza di nome Svuota il frigorifero e la dispensa di tutte le cose deperibili e non fare mai più la spesa fino alla partenza, quello che c’è c’è. È un’esperienza autopunitiva e disciplinante: non ti chiedi più cosa hai voglia di mangiare. Quale voglia? Chi sei? Che vuoi? Chi ti credi di essere? Apri il frigo, e quello che c’è, mangi, e zitto.
Tra una decina di giorni compio i miei primi trenta. Non ci voglio arrivare così triste quindi mi auguro che la vita mi sorprenda nel frattempo.